Il sogno smarrito

scritto da Michele 57
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 10 mesi fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Michele 57
Autore del testo Michele 57

Testo: Il sogno smarrito
di Michele 57

Il sogno smarrito

Per un attimo repentino, il silenzio fu turbato; l'orologio della grossa torre antica, che dominava il placido abitato, aveva battuto gli undici rintocchi.

Uno ad uno, si erano smorzati i fiochi bagliori delle lampade a petrolio e delle candele che, dalle imposte rinchiuse, filtravano appena, ravvivando gli scenari oscuri della notte, con il proprio timido balenio; ormai, lungo i viali deserti, solamente il barbaglio azzurrino delle lampade a gas, a tratti, infrangeva il buio profondo nel quale, dolcemente assopita, giaceva l'intiera città, raccolta nel dolce tepore delle sue case silenziose.

L'aria spirava limpida e tersa, in quella fredda nottata invernale, ma le nuvole, gravide di candida neve, nascondevano le luci dei cammini celesti che conducono all'infinito.

Allorquando gli astri notturni si celano nelle profondità più recondite del firmamento, i sogni che, ingenui e curiosi, si sono avventurati per le vie del modo non riescono più a ritrovare quel cammino trasparente che conduce al loro regno incantato e s'insinuano, allora, negli animi degli uomini che riposano, assumendo le forme più bizzarre, per indurli al bene.

Un piccolo sogno smarrito, a lungo, aveva cercato rifugio fra gli uomini addormentati, ma i loro cuori, induriti dall'astio, non avevano saputo offrirgli alcun riparo; egli era stato condotto così, dal suo errare, alla panchina di pietra ghiacciata di un giardino della periferia, che si stendeva nel contorno, un poco desolato, di giovani alberi radi ed intirizziti dal gelo.

Si sentiva davvero molto solo quel piccolo sogno e, quasi disperato, si mise a scrutare la vastità della volta di quel cielo, mestamente lontano, coperto ed opaco, invano ricercando un segnale o un indizio, che valesse a fargli ricordare il sentiero perduto.

In quel suo primo viaggio sulla terra, egli aveva trovato soltanto cattiveria ed indifferenza; negli animi di tutti coloro che aveva visitato non era riuscito a scorgere che ingratitudine e meschinità. Ne era stato amareggiato e deluso ed ora, non potendone più per davvero, voleva ritornarsene, al più presto, donde se n'era venuto, per poter finalmente dimenticare; ne era certo: non sarebbe tornato mai più.

La voce tremula d'un vecchio lo riscosse d'improvviso dalle sue riflessioni: «Povero piccino! Che cosa fai all'aperto, scalzo e svestito, d'inverno, in una notte tanto gelida?». No, non era più solo e, stupito, il piccolo sogno s'accorse, proprio in quell'attimo, di avere assunto la sembianza d'un gracile bambino biondo, coperto appena da una tunica del colore del cielo sereno.

Ancora non s'era ripreso dal suo repentino stupore, allorché la voce, ancora una volta, lo incalzò sconosciuta: «Non mi vuoi rispondere?». Il bambino finalmente si riscosse e si delinearono innanzi ai suoi occhi, sempre più nitidi, i lineamenti d'un mendicante dalla lunga barba bianca, tutto ravvolto in vecchi abiti consunti.

«Non mi puoi parlare? Povero piccino!» seguitò il vecchio, fissandolo con uno sguardo triste, ma dolcissimo insieme; quindi, spogliandosi del suo liso pastrano, ne ravvolse il bambino e questi, incapace di profferir motto, gli rispose con un sorriso raggiante di gratitudine.
«Come sei pallido e freddo; sì, certamente anche tu, come me, sei solo al mondo, abbandonato ... » disse ancora il mendicante ed infine, togliendosi di tasca un piccolo cartoccio, proseguì nel suo esitante monologo: «Di certo, avrai anche fame; queste sono castagne arrostite, sono buone, vedrai che ti piaceranno! Le hanno dimenticate ieri sulla panchina vicina alla fontana ... ».

Il bambino si sentiva davvero un poco disorientato; in vita sua non si era mai nutrito altrimenti, se non della luce delicata dell'aurora, ma, proprio quando la sua piccola mano era stata per muoversi nella direzione di quanto gli aveva voluto offrire la generosità del povero, l'orologio della grande torre annunziò il sopraggiungere della mezzanotte. Le nubi, come infastidite dagli echi di quel suono, si aprirono un poco, destandosi dal loro torpore, ed i raggi argentati della luna, carezzando l'oscurità silenziosa, mostrarono al piccolo sogno il suo cammino smarrito. Questi, sorridendo, prese per mano il vecchio mendicante e, insieme a quel suo nuovo amico, svanì soave nell'orizzonte, trasportato sulle ali buie del vento, verso l'infinità del cielo.

Quando finalmente sopraggiunse il giorno, quasi nessuno s'avvide del corpo assiderato d'un vecchio mendicante, ma i pochi che lo scorsero non riuscirono a capacitarsi del perché, proprio nel cuore dell'inverno, il poveruomo si fosse mai spogliato del suo liso pastrano, che era stato rinvenuto lì, di fianco a lui, proprio sulla stessa fredda panchina di pietra dalla quale il suo spirito se ne era volato via, oltre la barriera misteriosa della tenebra notturna ...

Il sogno smarrito testo di Michele 57
4

Suggeriti da Michele 57


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Michele 57